Corso Italia ’96

a cura di Rita Selvaggio
5 ottobre – 17 novembre 1996
Casa Masaccio e Corso Italia. San Giovanni Valdarno (AR), Italia

Matteo Chini ed Edoardo Malagigi
CONVERSAZIONE CON MAURO STACCIOLI

Edoardo Malagigi: La sensazione che si prova visitando la mostra è quasi di nostalgia perché mi ricorda un po’ l’atmosfera degli anni ’70, dai modellini alle fotografie. È vero, senti un po’ gli anni ’70?

Mauro Staccioli: No, esiste nella mostra interna un’intenzionale documentazione della mia partenza, dell’inizio di quello che poi è diventato il mio lavoro attuale. Sì, ci sono dei modellini delle sculture degli anni ’70, ’72, ’72, ’75 e quindi questa atmosfera in una sala particolare è certo presente, ma al muro ci sono dei grandi disegni bianchi con delle forme tonde. I tondi si basano molto sulla precarietà degli equilibri, che io ritengo essere elemento fortemente presente nella nostra esistenza di oggi, come condizione.

Matteo Chini: Hai lavorato molto in toscana operando in ambienti aperti, nelle città, nelle piazze. Anche in questa mostra hai allestito cinque grandi ruote di cemento nella via principale di San Giovanni Valdarno, come delle specie di pietre miliari, dei segnali molto forti ed insieme assai familiari…

Mauro Staccioli: Effettivamente ho realizzato in Toscana alcune tra le mie cose più significative, lavorando però costantemente a Milano e negli ultimi quindici anni viaggiando molto, muovendomi in aree differenti, come la California o l’estremo oriente (la Corea). Però qui ho realizzato le mie cose italiane più significative: a Prato, Celle, nel Chianti e ora anche a San Giovanni.
Lavoro forse da circa trent’anni affrontando il rapporto tra scultura e luogo, tra scultura e spazio, tentando una forma di interazione e cercando quindi di superare la scultura monumento, a scultura simbolica. Non so fino ache punto sono arrivato, ma mi pare che questo lavoro sia particolarmente significativo.
Ho accettato di fare la mostra a San Giovanni quando, dopo esserci stato due o tre volte, mi sono in qualche modo impossessato della struttura urbanistica della città, la sentivo in qualche modo mia.
La struttura di Arnolfo di Cambio rappresenta molto bene un disegno progettuale, contiene un’idea di città, rappresenta anche in positivo la possibilità del progetto, della realizzazione del progetto, dell’idea. Rapportato alla contemporaneità questo segmento di città, quest’asse centrale, mi ha ricordato la broadway americana, la strada attorno alla quale si costruisce il primo nucleo abitativo, il primo nucleo di affari, etc… E questo ricordarmi l’America mi ha fatto scattare l’intenzione di lavorare su questo corso, su questa broadway medievale perché mi ha dato un’immagine forte della contemporaneità insieme a un’immagine forte della nostra stessa storia, la storia italiana, la storia del Rinascimento.
Cosa mi ha interessato di più? L’apertura ai due estremi Nord-Sud del Corso Italia, un corso che è come se fosse una sorta di interruzione o, nello stesso tempo, una sorta di segmento di una percorrenza infinita fortemente caratterizzato dall’architettura della città. E allora lì ho incominciato a sentire la presenza dello spazio esterno della città e a percepire quasi tattilmente la dimensione fisica dell’esistenza di ognuno di noi. Ho come toccato il segmento esistenziale che ci tocca di vivere, che è quello non altro, è solo quello. Insomma lavoro da molto sull’idea di segnare il passaggio, di usare la scultura come segno tangibile di un passaggio o come segno di possibile interazione con un luogo nei confronti del quale si instaura un rapporto di domanda/risposta, di dialogo.
Adesso mi si è presentata l’occasione ottimale per segnare questo tratto e allora ho pensato a quei cinque pezzi uguali tondi, cose cioè che si muovono o che ricordano il movimento, che fanno pensare all’andare, che poi è la vita. L’esistenza è un andare, o un immaginare di andare, o un immaginare di fare, o un immaginare di dire. Il desiderio di fare o l’attesa che sostanzia la nostra esistenza. Il presente è solo un concetto, il presente non esiste, esiste lo scorrere del tempo che chiamiamo presente in momenti come questo ma che ci porta immediatamente alla cosa da dire, alla cosa da concludere e quello che abbiamo detto sostiene ciò che dobbiamo ancora dire e concludere. Ecco ho pensato la scultura in questa chiave, quindi questi cinque dischi (ma potrebbero essere 25 o 351 o 1551 comunque numeri dispari) segnano un percorso nei due sensi Nord e Sud.

Matteo Chini: Qual’è la tua opinione, la tua valutazione sullo stato della scultura all’aperto, sul monumento urbano… È ancora possibile, ancora attuale questo rapporto con lo spazio cittadino?

Mauro Staccioli: Io credo che le possibilità della scultura equivalgano alle possibilità di altre discipline, in particolare a quelle che ci derivano dal passato. E un destino possibile solo se si ha la forza e il coraggio di ripensare e riconsiderare la storia attraverso una contemporaneità nella quale si possa essere in grado di immaginare una possibile trasformazione. Ora, l’immagine di questa possibile trasformazione, nel momento in cui stiamo vivendo, è come sospesa. E possibile di sì o è possibile di no. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Le ideologie sono in crisi, le religioni pure. Quindi c’è in atto un fenomeno di grande laboriosità attorno a questo nostro stare nel tempo e nello spazio. Anche perché si è dilatato lo spazio, si è trasformato il concetto e la lettura stessa dello spazio: la prospettiva non ha più gli orizzonti su una linea retta, ma è sferica, leggiamo il mondo dai satelliti, e via di questo passo… Io credo che ci sarà un grande futuro nella scultura solo se la scultura accetterà di diventare una traccia intelligente del nostro passaggio, altrimenti credo che non ci siano prospettive. Se si perde l’idea del mondo probabilmente si diventa sempre di più uno spot.

Intervista andata in onda su Controradio per la trasmissione Artemisia – Fatti d’arte e Artefatti

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